Nell’ambito della sorveglianza sanitaria capita spesso rilevare alle persone visitate valori pressori alterati.  Di solito – affermano gli interessati – ho la pressione arteriosa normale quando  rilevo i valori a casa dei miei genitori.

Così come una sola rondine non fa primavera – rispondo inesorabile – anche con una sola rilevazione dei valori della pressione arteriosa non può  essere  definita ipertensione.

Tuttavia sarebbe utile rilevarne i valori nell’intero arco della giornata, una volta ogni 15 minuti per saperne di più.

A casa dei genitori siamo in una situazione di oasi; mentre sul lavoro ci si trova in una situazione di stress. Meglio capire come si comporta nelle 24 ore. A questo punto prescrivo il monitoraggio  della pressione arteriosa nelle 24 ore! Di solito ….  è ipertensione!

L’ipertensione arteriosa è definita come una pressione arteriosa sistolica  140 mm Hg o una pressione diastolica  90 mm Hg, indipendentemente dall’età. L’ipertensione  sistolica isolata è definita come una pressione sistolica  140 mm Hg e una pressione diastolica (minore) < 90 mm Hg.

Malattia subdola!

Dovrebbe essere identificata subito per prevenire il danno d’organo: rene, cuore, cervello, retina. Ma non è così.

Di solito si va o meglio le mamme portano il proprio bambino dal pediatra fino a 13 anni. E’ più un’esigenza della mamma che non una necessità del bambino che spesso sbotta: che palline.

Poi è quasi un dileguarsi fino ai 60 anni. Il medico di famiglia  ci rivede verso i 60 anni da pensionati! Questo è il vero dramma.

Nelle persone che vivono nei paesi industrializzati, la pressione arteriosa sia sistolica sia diastolica tende ad aumentare fino ai 60 anni di età circa. Dopo di che, la pressione sistolica può continuare ad aumentare; la pressione diastolica,invece, tende a stabilizzarsi o a ridursi. Più del 50% degli Americani  65enni ha alti valori di pressione sistolica o diastolica. Invece le persone che vivono in alcuni Paesi in via di sviluppo, né la pressione sistolica né la pressione diastolica aumentano con l’età. L’ipertensione è praticamente inesistente a causa della bassa assunzione di sodio (< 1,4 g/die [< 60 mEq/die]) e la maggiore attività fisica.

Più è alta la pressione sistolica o diastolica, più è alta l’incidenza di morbilità e mortalità cardiovascolare e totale. L’alta pressione sistolica è un indice predittivo più accurato di complicanze cardiovascolari rispetto a quanto non lo sia un’alta pressione diastolica. L’aumento della pressione arteriosa sistolica a più di 160 mm Hg aumenta il rischio di mortalità cardiovascolare da 2 a 5 volte, il rischio di ictus di 2½ volte e di mortalità globale di 1½ volta.

In generale, l’ipertensione predispone le persone anziane a insufficienza cardiaca, ictus, insufficienza renale, malattia coronarica e malattia vascolare periferica. Il trattamento della ipertensione ha determinato:

1.     una sensibile diminuzione dell’incidenza dell’ictus cerebrale,

2.    la virtuale scomparsa dell’ipertensione maligna e dello scompenso cardiaco dovuto a insufficienza contrattile del ventricolo sinistro

3.     la riduzione degli eventi coronarici, dell’insufficienza renale progressiva, dell’aneurisma dissecante dell’aorta e dei quadri avanzati di retinopatia.

Nonostante i notevoli progressi  il problema  prevenzione rimane irrisolto Mediamente solo il 30% degli ipertesi trattati raggiunge valori pressori inferiori a 140/90 mmHg. L’ asintomaticità dell’ipertensione lieve, la lunga durata del trattamento, l’assenza di immediati benefici percepibili dal paziente, gli effetti correlati dei farmaci e infine fattori relativi al medico e all’organizzazione sanitaria sono solo alcuni dei più importanti punti che ostacolano il raggiungimento e il mantenimento della normotensione farmacologica. La normalizzazione dei valori pressori è il requisito essenziale (assieme alla correzione degli altri fattori di rischio) per minimizzare le complicanze precliniche (danno d’organo asintomatico) e cliniche (eventi cardiovascolari) dell’iperteso. Per considerare un individuo iperteso la pressione arteriosa deve essere riscontrata elevata almeno in due o tre visite distanziate tra loro da una settimana o più.  Si identificano tre livelli di pressione normale e tre gradi di ipertensione. Pressione normale:

  • ottimale (<120/80 mmHg),
  • normale (<130/85 mmHg)
  • normale-alta (130-139/85-89 mmHg).

 

Gradi dell’ipertensione:

– I o lieve (140-159/90-99 mmHg);

– II o moderata (160-179/100-109 mmHg);

– III o severa (≥180/110 mmHg).

L’ipertensione si associa frequentemente a fattori di rischio modificabili e non modificabili. La valutazione del rischio assoluto è basata sulla presenza o o assenza  di fattori di rischio quali età, sesso, fumo, colesterolo, storia famigliare di precoce malattia cardiovascolare, di danno d’organo, di diabete mellito e di malattia cardiovascolare e renale.

Il trattamento può essere farmacologico o non farmacologico [ modificazione dello stile di vita]. In questa sede trattiamo il trattamento non farmacologico. Per quello farmacologico rinviamo l’interessato al Medico di famiglia o ad un centro per la cura dell’ipertensione.

Il trattamento non farmacologico Stile di vita

 

Modificazioni della dieta, calo ponderale, restrizione del consumo di alcol, esercizio fisico, eliminazione del fumo possono essere sufficienti a normalizzare la pressione nei soggetti lievemente ipertesi e a migliorare il controllo pressorio negli individui con ipertensione arteriosa moderata o severa, consentendo così di ridurre il dosaggio o il numero dei farmaci antipertensivi.

 

  • Modificazioni della dieta Riduzione del sale. Numerosi studi osservazionali hanno sottolineato la presenza di una significativa correlazione tra entità dell’assunzione alimentare di sodio e prevalenza dell’ipertensione arteriosa. Inoltre, molti dati derivanti da studi d’intervento hanno evidenziato che la riduzione dell’apporto sodico esercita un effetto favorevole sul profilo pressorio degli ipertesi. La dieta iposodica di 100mEq/die  è in grado di diminuire mediamente la pressione arteriosa sistolica di 6-7 mmHg e la diastolica di 5-6 mmHg. L’apporto dietetico del potassio contribuisce alla regolarizzazione pressoria sono attraverso una riduzione dei fluidi extracellulari e l’azione vasodilatatrice diretta sui vasi di resistenza.

Associare insalata e ortaggi a legumi e cereali – come fanno i vegetariani –  produce proteine molto simili a quelle presenti nella carne.
Studi epidemiologici,infatti, hanno rilevato che i vegetariani soffrono meno di ipertensione, problemi coronarici, diabete e obesità. Anche il consumo di aloe vera produce i medesimi benefici.

  • Incremento dei grassi polinsaturi. Numerosi studi hanno registrato  una bassa incidenza di ipertensione arteriosa in individui che si nutrono con dieta relativamente povera in grassi totali e con un alto rapporto tra grassi polinsaturi e saturi. Olio di olive è miracoloso.
  • Calo ponderale. La prevalenza del sovrappeso e dell’obesità negli ipertesi è più alta rispetto ai normotesi di circa 2-3 volte.  La correzione dell’eccesso di peso è  un mezzo assai efficace e privo di effetti collaterali nel determinare la riduzione dei valori pressori negli ipertesi. Con una perdita di peso equivalente a 1 kg, si ottiene la diminuzione di 1 mmHg di pressione sistolica e diastolica.
  • Esercizio fisico. Vi è una significativa correlazione inversa tra livelli di pressione arteriosa e attività fisica abituale. I soggetti attivi fisicamente hanno valori pressori più bassi rispetto ai sedentari. La differenza osservata è in media di 5 mmHg . La riduzione della pressione sistolica e diastolica al termine del periodo di training programmato è maggiore negli ipertesi (–13/–8 mmHg) rispetto ai normotesi (–3/–2 mmHg). L’entità del calo pressorio è correlata alla durata d’esercizio e al numero delle sessioni settimanali. L’effetto dell’attività fisica quotidiana sembra essere infatti maggiore rispetto a quella effettuata saltuariamente. Pertanto l’esercizio fisico di tipo isotonico regolare costituisce un utile ed efficace mezzo di riduzione pressoria nei soggetti ipertesi.
  • Riduzione dell’alcol. L’elevato consumo di bevande alcoliche è associato ad aumento della prevalenza d’ipertensione. La riduzione dell’apporto alcolico svolge un ruolo importante nel migliorare il controllo pressorio negli ipertesi. Consumo di alcol e pressione arteriosa è lineare, specialmente nei soggetti  di età superiore ai 50 anni. I dati relativi alla sospensione o alla sostanziale riduzione del consumo di alcol sulla pressione indicano una tendenza significativa alla diminuzione dei valori pressori già dopo un periodo di poche settimane. Alcune volte il calo pressorio  risultata molto elevato, superiore a 25 mmHg di sistolica e 10 mmHg di diastolica.
  • Riduzione del caffè L’assunzione del caffè può causare tachicardia e transitorio aumento della pressione arteriosa, specie negli individui non abituati. La caffeina è infatti uno stimolante del sistema nervoso centrale in quanto aumenta il rilascio di catecolamine dal surrene e dalle terminazioni nervose. Alcune importanti ricerche sugli effetti cronici della caffeina non hanno riscontrato una stretta relazione tra consumo di caffè, livelli pressori e prevalenza di ipertensione.
  • Fumo di sigaretta. L’effetto aterogeno del fumo di sigaretta è chiaramente provato dall’eccesso di mortalità e morbilità per cardiopatia ischemica e vasculopatia cerebrale nei soggetti fumatori rispetto ai non fumatori. La sospensione del fumo, indipendentemente dagli effetti diretti sulla pressione arteriosa, riduce a lungo termine il rischio cardiovascolare globale dell’iperteso. Infine nei forti fumatori il rischio di sviluppare ipertensione nefrovascolare, legata a lesioni aterosclerotiche dell’arteria renale, è discretamente più elevato rispetto agli individui non fumatori.

Misure psicocomportamentali Il rilassamento, la meditazione, il biofeedback e lo yoga  agiscono sullo stress che è un importante fattore concausale dell’ipertensione. Nel recente passato sono apparse decine di studi tendenti a dimostrare l’efficacia di queste tecniche nel ridurre la pressione. I risultati ottenuti, al di là dei limiti metodologici presenti in alcuni di questi studi, vanno considerati anche nell’ottica della difficoltà di applicare queste misure in ampi strati della popolazione